“Se potessi inchiodare alle tue pietre verdi di muschio il mio cuore di sardo” canta Faustino Onnis in una sua straordinaria poesia della raccolta “Perdas”. Il suo desiderio oggi lo raccoglie la sensibilità di Jole Serreli, artista tra le più talentuose della nostra terra, la cui ricerca affonda nelle variegate maglie della Fiber-Art, corrente sviluppatasi, nella sua forma più sperimentale, a partire dagli anni ’60 del Novecento.
Sul filo della tessitura si è costruito il mito dell’Uomo, la sua storia s’intreccia nell’ordito del tempo attraverso recondite simbologie raccolte nel fare femminile. Raccontare per ricordare, la memoria è una rete: Jole ha tra le mani oggetti preziosi come reliquie e così li tratta. Cappotto e cappello che hanno protetto il poeta e che molti ricordano in quelle lunghe passeggiate trascorse nelle strade del suo paese a contatto con la gente. Quelle vie animate che tanto amava e sentiva sue, assaporate palmo a palmo, in un intreccio di case, di famiglie di storie; attraversamenti cadenzati dal suono del bastone, fedele amico di passi incerti.
La stanchezza di una vita durissima è ormai sulle spalle, ma il vigore del suo pensiero, quello no, resta immutato, come l’uomo di Ciusa, avvolto nel sacco di orbace a difesa della sua figlia prediletta: la Poesia. Gli occhiali ricordano la vista consumata nella lettura e nella stesura dei suoi scritti.
“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.” ammoniva Gramsci, le sue parole sono state una guida per tanti che non hanno avuto la fortuna di un’istruzione come diritto ma l’hanno raggiunta con la sola forza della tenacia. La cultura è conquista di coscienza superiore, scrisse ancora Gramsci, tema che traspare sovente nei versi infuocati di Faustino quando invoca un riscatto per la Sardegna e i suoi figli. La penna Jole l’appunta sul cuore, epicentro della narrazione: strappata dalle ali di un Arcangelo e intinta nell’inchiostro della vita.
Dalla penna si diramano innumerevoli fili rossi e neri che l’artista dispone con ormai consumata sapienza in un gioco di forme e colori che celano fitte simbologie. Per Kandinsky il rosso è un colore caldo ed avvolgente, vitale ed irrequieto, vibra sulla corda come il suono di una tuba; il nero, un non-colore, è il silenzio della morte, la pausa finale di un brano musicale. I due colori sono intrecciati in forme triangolari che rimandano alla vita spirituale.
Jole concentra le trame rosse sulla parte più interna della sua installazione, ossia sugli indumenti e gli oggetti di Faustino mentre riserva il nero alla struttura che conclude lo spazio installativo; ne deriva un climax narrativo volto a sottolineare la forza vitale del poeta la cui opera supera il concetto stesso di morte. E se “Ogni azione della nostra vita tocca qualche corda che vibra in eterno”, come scrisse E. H. Chapin, i fili meravigliosi di Jole custodiscono, nel ventre fecondo e protettivo dell’arte, un gesto d’amore infinito voluto da tutta la comunità per omaggiare il suo cantore.
Efisio Carbone
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